Il blog degli studenti del Bachelor of Arts SUPSI
in Comunicazione Visiva

21/12/2014

Trappole tecnologiche?





Da mesi aspettavo l’ultimo film del regista francese Jean Luc Besson. Ho avuto l’occasione di vedere “Lucy” su grande schermo all’apertura del Festival del Film di Locarno 2014.
Ne sono rimasta delusa.

Autore di capolavori come “Léon” e “Nikita”, Jean Luc Besson è tra i registi che preferisco. Questo è il motivo che mi ha spinta a rimanere insoddisfatta da questo suo ultimo lavoro, in quanto ai miei occhi è parso come un film di “intrattenimento”; buono ed interessante per la prima metà, in netta contrapposizione alla seconda. Dal 48esimo minuto inizia il declino totale. Effetti speciali che aumentano, togliendo man mano la potenzialità che il film sembrava prometterci.

Come nella maggior parte dei suoi film, anche in questo vi è una protagonista femminile che nella storia si evolve diventando una sorta di femme fatale.
La donna in questione è Lucy, di cui ce ne viene presentata la metamorfosi in maniera decisamente netta. (A differenza di “Nikita”, 1997, in cui l’evoluzione è avvenuta in maniera quasi impercettibile). L’elemento che le cambia la vita è una droga che le viene inserita nel corpo, e che la porterà ad usare il suo cervello al 100%.

Il tema non è né innovativo né originale, ma avrebbe potuto raccontarlo in maniera personale, rendendolo interessante e singolare. La sceneggiatura ha dei punti di forza, ma il risultato ottenuto non è altro che un film macchiato da uno stampo hollywoodiano, che ne ha eliminate tutte le possibili potenzialità. Un miscuglio di super poteri ed effetti speciali talmente esasperati, che ne fanno fallire il tentativo. Un ottimo inizio. Un finale pietoso, finto e sovrannaturale. Talmente esagerato che manca quell’illusione del reale. Non riesco ancora a spiegarmi come Luc Besson sia riuscito ad arrivare fino a quel punto. Pettinature che si modificano da sole, occhi che cambiano colore, il corpo che si decompone, trasformazioni disumane… il tutto per finire in una banalissima chiavetta usb. Un finale piatto, privo di azione e con mancato stupore.

Ho, però, fortemente apprezzato l’inizio del film. L’aver inserito le scene naturali tra le varie azioni umane, è stata una scelta assolutamente geniale. Una comunicazione visiva istantanea che in pochi secondi ci ricorda che siamo tutti animali, manipolati dall’istinto.
Un montaggio evocativo, comunicativo, d’impatto. Un ritmo scandito da espressioni e suoni che scaturiscono azioni espressive. Una recitazione da parte di Min-sik Choi impeccabile.

E soprattutto la rapidità nel raccontare, altro aspetto che caratterizza la bravura del regista. Trovo sia tra le particolarità che più ammiro di lui. Guardando un suo film, sembra che il tempo scorra più lentamente, in quanto trovo quasi inspiegabile come riesca a raccontare così tanto in così poco tempo. (Penso per esempio a “Malavita”, 2013). Una tecnica ed un’abilità encomiabile. La seconda metà di "Lucy", invece, l'ho percepita come un proseguire troppo frettoloso nel voler raggiungere quel 100%, fretta che gli fa bruciare ogni tappa, perdendone il contenuto. Troppo da dire in così poco tempo che stranamente il regista non riesce a gestire, in quanto lo vediamo caduto nelle trappole tecnologiche.

Soprattutto trovo che perda di valore il rapporto che lega Lucy allo spettatore; più i minuti passano, più la donna diventa un’entità estranea ai nostri occhi. Effetti speciali talmente innaturali che man mano si differenziano troppo dalla nostra realtà, fino a portarci al distacco totale, motivo per cui il film perde valore. Più nessuna sintonia, più nessuna voglia di immedesimarci in lei.

In merito a questo, l’unico complimento che mi sento di fare a Luc Besson, è l’aver scelto Scarlett Johansson come sex symbol, che con la sua bravura riesce a salvargli (in parte) il film. 

Concludo dunque invitandovi a guardarlo, perché è un film da vedere.
Ma guardatelo solo fino al 48esimo minuto.


di Valentina D’Annunzio



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